La nostra storia

La nostra storia

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La nostra storia è la pagina scritta da Raffaele Agrusta e Gerardo Martino

  (LA NARRAZIONE E’ IN CONTINUA EVOLUZIONE PERCHE’ POTREBBE ESSERE IMPRECISA IN DIVERSI PUNTI, PERTANTO NON ESITATE A FORNIRCI IL VOSTRO CONTRIBUTO)

qui si scriverà su tutti gli avvenimenti artistici tra gli anni 60 fino ai giorni nostri

 Settembre1970 nasce ELEAMIREG FILM con LE STRISCIATE di Gerardo e Raffaele (entrambi 15enni), pellicole di carta con sequenze disegnate a mano e proiettate sul muro attraverso un rudimentale proiettore di cartone con una lente d’ingrandimento.

 “La civiltà parallela”, alla scoperta di un mondo sotterraneo dove il tempo si era fermato.                                

 Monumenti sotterrati nella roccia con “Tom Forsyte nel paese di Rinul El Scack”, realtà mista a fantascienza con l’approdo su un pianeta governato dall’amore. Contro la guerra la bellissima donna bendata con il segno della contestazione. Bellissimi colori: la navicella che atterra nell’anno 4956.

 “Passeggiata notturna sotto i lampioni”, allucinato dramma psicologico di un artista e del soggetto della sua opera.

“Hanno ucciso la colomba”, sul pacifismo, in cui i capi, tutti con le stesse sembianze, scappano via per sempre.

 2 dicembre 1970  Si materializzala riscossa intellettuale della “Franca” grazie all’impegno di un gruppo le cui fila si ingrossano di nomi eccellenti: Vittorio Fiore(scrittore e giornalista che gioca un ruolo fondamentale nell’organizzazione clandestina del movimento giovanile liberal-socialista in epoca fascista), Vito Murogiovanni (scrittore, giornalista, sceneggiatore radiofonico e commediografo), Luigi Guerricchio (pittore di livello assoluto influenzato dall’amicizia con Rocco Scotellaro, Carlo Levi e Renato Guttuso), Mario Adda (ideatore, nel 1963, dell’omonima casa editrice), Luigi Palmieri ed altri. Per l’esordio ufficiale la scelta ricade sul Palazzo Ducale, presso la galleria d’arte “Salvatore Basile”. Presentazione del libro “Eravamo tutti balilla” di Vito Maurogiovanni con le illustrazioni del celebre pittore Beppe Labianca. L’operazione ha un successo enorme e mette in luce le possibilità di Martina Franca in campo culturale per l’entusiastico impegno di alcuni sostenitori: Luigi De Siati, Giovanni Chisena, Glauco Ferrante, il commendator Matera ed altri. A questo primo nucleo di martinesi ben presto si affiancano altri concittadini illustri: Lorenzo Castellana (editore/direttore del periodico “Giorno per Giorno”, esperienza editoriale che segna un’intera epoca a Martina), Angelo Costantini, Angelo Marinò, il professor Michele Pizzigallo, Ciccillo Muschio e Pinuccio Ancona.

1970/1971 Altre due occupazioni scolastiche (dopo quella storica del 69) rispettivamente capeggiate dal mitico Dino D’Arcangelo e da Fedele Pavone.

1970-1971 vengono alla luce nel chiostro di S. Antonio le tempere  settecentesche

FEBRAIO/MARZO 1971 nasce L’U.G.T (Unione Giovanile Teatrale di Gerardo Martino e Raffaele Agrusta), ubicata in un monolocale del nonno di Raffaele in vico Beatrice Cenci, che prestissimo diventa polo un di aggregazione anche per le generazioni più grandi gettando le basi per tutte le forme di associazionismo che contribuiranno in seguito alla formazione di un esercito di professionisti ancora oggi attivi nello spettacolo, nella comunicazione, nell’arte, nella cultura e nell’informazione.

Timbro originale dell’associazione

 Il 15 aprile mette in scena GIOCO DI LUCI NEL BUIO scritta da Raffaele. Fra gli interpreti Agostino Convertino, Gianfranco Infante, Rita Margiotta, Menuccio Palazzo, Annapia Salamina, Franco Oliva e Giorgio de Ingenis, musiche di Gerardo Martino e Angelo Bianchini, luci ed effetti Rino Carrieri, regia di Raffaele Agrusta.

Prima rappresentazione a giugno nel salone di Cristo Re con repliche nel salone di Sant’Antonio, di San Martino e di San Francesco per finire con gli istituti scolastici, e poi altre due repliche rispettivamente a Cisternino e ad Alberobello.

Agostino Convertino

Agostino Convertino nel coraggioso tentativo di smascherare la finta maschera dei manichini

“A proposito di ricordi: avevo all’incirca 16 anni quando fui fulminato dalla vitalità spumeggiante di una coppia di operatori culturali giovanissimi: Raffaele Agrusta e Gerardo Martino. Con loro nasceva l’U.G.T. , Unione Giovanile Teatrale, in un bellissimo iuso di proprietà di tuo nonno. Il gruppo era un vero e proprio dream team: Raffaele (regia e testi), Gerardo (musica), Rino Carrieri (ricercatore delle musiche) (oggi Direttore della Fondazione Paolo Grassi), Giorgio De Ingeniis (attore, apprezzato medico legale in Pescara e nostro grande amico), impegnati nella commedia Gioco di Luci nel Buio…. opera di ispirazione metafisica influenzata dai tuoi cult, caro Raffaele: Brecht, Kafka, Camus, Huxley, Pfeiffer….. niente male davvero. Sei stato il mio Bulgakov personale in tutti questi anni…” da testimonianze di Agostino Convertino

Giochi di Luci nel Buio – Angelo Bianchini – dietro le quinte creava assoli meravigliosi

Sempre nel 1971 NICO BLASI mette in scena a Cristo Re LA CANTATRICE CALVA di Ionesco che riproporrà poi nella Rotonda della Villa Comunale e successivamente nella Biblioteca Comunale. Fra gli interpreti Paola Magistri, Franco di Giuseppe, Giovanni Semeraro, Francesco Mariella.

In quel periodo Raffaele e Gerardo cominciano a frequentare la casa del prof. Mario Castellana, fratello di don Michele e don Franco.
Mario Castellana è una mente illuminata e uno spirito libero. Filosofo ed epistemologo della scienza, è docente all’Università di Lecce ma la sua umiltà e il suo sincero trasporto nei confronti della creatività e della sete di conoscenza dei due ragazzi, ne fanno un ospite cordiale ma soprattutto un mentore d’eccezione. Sulle note di “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, del “Sigfrido” di Wagner e di un’infinità di altri capolavori, Raffaele e Gerardo, anche separatamente, trascorrono pomeriggi interi a confrontarsi con lui su autori del calibro di Michel Foucault, Deleuze e Guattari, Friedrich Nietzsche, Sofocle o Aristotele, spesso affrontando temi anche al di là della loro stessa portata. Ma sono galvanizzati. E un giorno il prof., dopo aver letto alcuni scritti di Raffaele, decide di fargli conoscere la sua amica traduttrice e poetessa Giovanna Bemporad, moglie del senatore Giulio Orlando, che proprio in quei giorni è a Martina, e fissa un appuntamento serale. La Bemporad, in totale distonia col Novecento, ha tradotto l’Odissea trasformando gli esametri in endecasillabi sciolti ed è un personaggio, oltre che di tutto rispetto, dotato di un fascino e un carisma fuori dal comune. Qui di seguito il racconto che lo stesso Raffaele, ancora ragazzo, fa di quella sera.


“Il mio primo incontro con Giovanna Bemporad avvenne quando ero appena sedicenne. Portai a lei alcuni miei scritti teatrali. Mi accompagnò il mio amico Mario che insisteva nel volermela far conoscere. Così fu, mi presentò a lei. Era notte fonda, la sua figura scura, caratterizzata dal suo abituale abituale vestire in nero, in quel salotto illuminato da una luce fioca, non mi turbò, anzi, mi rese felice. Il nuovo e apparentemente bizzarro mi affascinava profondamente. Mi lasciai accarezzare da una nuova emozione. Ero entrato in una stanza buia in piena notte, ero entrato nel motore dei suoi pensieri. La sua diversità mi affascinò all’istante. Giovanna la percepii immediatamente come un mimo immerso nel buio. Il suo grande sorriso mi tranquillizzò lasciandomi vedere, per la prima volta, le parole parlate, illuminate da quel suo suono di voce elegante. Leggeva incuriosita, e a tratti, levando gli occhi dal mio manoscritto, osservava le mie emozioni che trasparivano dai miei occhi e dalle mie guance arrossate. Nonostante la differenza di età e statura culturale, mi fece sentire un po’ un suo pari.”

 

Alla fine del 1971 l’UGT allestisce CAMERIERE IL SOLITO, opera multimediale (compatibilmente con i tempi) rappresentata anche a Locorotondo, in cui Raffaele si cimenta col suo primo cortometraggio sia pur rudimentale interpretato da Antonio De Vito. In scena Rita Margiotta, Menuccio Palazzo, Antonella Margiotta (sorella di Piero e Martina Margiotta, poi sindaco di Martina), Clelia Curigliano, Rosa Curigliano, Enzo Liuzzi, Claudi Margiotta, Gabriella Gallo, Simone Ceppaglia, Mimmo Fumino, Antonio Trione, Giovanni Semeraro. Musiche di Gerardo Martino e Angelo Bianchini. Luci ed effetti di Rino Carrieri.

un invito personale per la prof.ssa Dora Liuzzi

1972 l’UGT mette in scena LA COSTRIZIONE e Raffaele, Gerardo e Gabriella Gallo ricevono il plauso di Silvano Spadaccino incuriosito da quegli insoliti fermenti giovanili in ambito culturale.

1972 Foro Boario POP CONCERTO organizzato da Nico Blasi e Michele Bianchini, in cui suonano i PERIGEO e dove Angelo Bianchini sorprende tutti improvvisando nei ritagli di tempo sulla loro batteria. La MINESTRA AFFOGATA IN BRODO (Michele Bianchini, basso flauto e voce, Rino Colonna chitarra, Angelo Bianchini batteria e percussioni) si esibisce insieme ad altri musicisti locali.

Successivamente 1973 FESTA DELLA VITA A S.PAOLO con la partecipazione di GIORGIO GASLINI. In quell’occasione Giancarlo Fiorello si fa conoscere come mattatore.

Elio Greco fonda NUOVE PROPOSTE e comincia ad enumerare in ordine cronologico le sue brillanti iniziative che hanno come epicentro un bilocale situato sotto i portici di Piazza Maria Immacolata. Successivamente apre la Galleria Salvatore Basile che l’anno dopo dirigerà Franca Aquaro.

Nasce il GIANGIA’ CLUB con Franchetto Russano, Tonio Semeraro, Uccio Casavola, Martin Kroll, Michele Bianchini, Gianni Trono, Antonio Napolitano, Pasquale Pulito, Livia Pastoressa, Carmen Carta Fasano, Cinzia Greco, Annamaria Semeraro, e poi ancora, Antonio Rinaldi, Aldo Recchia, Maria Russano, Anna Grazia Russano, Raffaele Marangi, Oscar Moccia, Carlo e Renata Marotti, Angelo Bianchini, Pino Semeraro, Antonio Norvedi, Stefano Campanella, Mimmo Diamante, Piero Martino, Pino Semeraro, Domenico Pulito, Roberto Milanese, Nadia, Orietta e Gilia Reggiani, Lino Panico e tanti altri ancora.

i sette fondatori dels giangià club foto Antonio Napolitano

 Emulando la Minestra Affogata in Brodo nasce la band PERICOLO ASTRATTO DI UN ESPERIMENTO RIUSCITO con Pino Semeraro e Raffaele Marangi chitarre, Antonio Napolitano percussioni, Stefano Campanella basso.

 Nasce il collettivo studentesco con Antonio Scialpi e nel 1973, in occasione del colpo di stato in Cile, Raffaele e Gerardo si occupano della realizzazione di uno spettacolo alla FLM con Gianni Desiati, Marcello Ruggeri, Dino Cantore, Annamaria Cito, Giovanni Semeraro, Michele Bianchini, Pino Fumarola, Angelo Caroli, Margherita Zito, Giulio Chirulli, Raffaele Marangi, Raffaello Pizzigallo. Un mix di reminiscenze brechtiane con musiche di Gerardo ispirate a Kurt Weill e canti proletari.

“Ho ricordi abbastanza confusi… so solo che quegli anni furono veramente formativi per me. Uscivo di casa per la prima volta, a 16 anni, per incontrare altri ragazzi con l’idea di costruire qualcosa insieme.
Era tutto molto elettrizzante ed emozionante ;ad ogni incontro dovevo fare i conti con un cuore gonfio che sembrava spingere contro la gabbia toracica nel tentativo di esplodere; dovevo gestire, vergogna, desiderio di incontrare, sensazione di non essere all’altezza , di stare a vivere cose più grandi di me e nello stesso tempo una grande energia che mi impediva di mollare, di rinunciare … e la vocina sempre presente che mi incoraggiava a mettermi alla prova, perché la posta in gioco era troppo ambiziosa: produrre cambiamento!
Dove ? nel paese, nella modalità di relazionarsi tra ragazzi, contro un certo tipo di morale (che chiamavamo “borghese” a quei tempi),nella cultura nella quale eravamo immersi, o l’assenza di cultura … il teatro, la politica, la musica, la cultura delle donne … la sessualità …
Eravamo convinti di avere il mondo nelle nostre mani. C’era stato il ’68, anche se da noi era arrivato nel ’69, scuole occupate, studio matto e disperato, autogestione … il mondo in mano, appunto …
Approdai all’U.G.T. penso nel 1973 o forse prima e incontrai un mucchio di ragazzi interessanti e ricchi dal punto di vista culturale, creativi, esplosivi, con una capacità di lavoro inesauribile. Ricordo Raffaele Agrusta e Gerardo Martino , gli ideatori del gruppo, ma poi Agostino Convertino, Giancarlo Magno, Santino Mandolla e Angelo Caroli, Annamaria Cito, Margherita Zito ecc. con i quali bruciammo sul tempo il grande Dario Fo, nel senso che riuscimmo a mettere in scena una piece politico/teatrale sul golpe , avvenuto una settimana prima in Cile … L’emozione era alle stelle, il salone della FLM gremito fino all’inverosimile …!” da testimonianze di Gabriella Gallo

 1973   Raffaele, Gerardo e Santino Mandolla realizzano uno spettacolo nel chiostro di S.Antonio con l’ALIENATA BARCA DEI RAGAZZI DEL CHIOSTRO composta da Santino Mandolla voce e chitarre, Giovanni Corsi flauto, Giacomo Passiatore tastiere, Mimmo Nucci basso, Franchino percussioni.

ANTONIO COLUCCI (testimonianza)Le mie riflessioni, il mio dibattito interiore ruotava attorno al tipico disagio adolescenziale, lo svegliarsi delle attenzioni verso l’altro sesso la constatazione della propria inadeguatezza e questo scontrava con il turbinio di quegli anni che metteva in discussioni regole e precetti riguardo ai rapporti fra i sessi. Avido di informazioni la mia attitudine alla lettura mi aveva fatto conoscere una rivista giovanile di quei tempi, credo si chiamasse “Qui giovani” simile ad un programma radiofonico pomeridiano che faceva ascoltare il rock e pop di allora. In quella rivista trovai spiegazioni attorno alle problematiche relazionali, affettive che più mi premevano, ma mi coinvolse anche nel rumore di tutte le altre questioni che attraverso la politica, la musica e anche i credi religiosi la generazione di allora andava dibattendo e mutando.

Con questo bagaglio personale incontrai i gruppi che poi frequentai, il Collettivo Studentesco e il Giangià Club. Nel primo esperii gli interessi politici ed entrai in contatto con l’ideologia marxista che allora tanti proseliti faceva, nel secondo invece feci esperienza di quei cambiamenti di costume, nel modo di essere e di apparire che anche faceva scandalo e metteva all’indice dei benpensanti. Diventai attivo nel mio istituto tecnico industriale primeggiando inn scioperi ed assemblee. E parallelamente esploravo interessi nella musica, nelle filosofie e religioni dell’Estremo Oriente. La musica mi vide solo perlopiù spettatore anche se provai anch’io senza molta disciplina a strimpellare una chitarra comprata coi frutti di un’estate di lavoro come cameriere al modico salario di 5 mila lire a settimana. Ma era un’attività importante per il Giangià che arrivo a contare ben 2 gruppi musicali al suo interno anche se principale rimase sempre la MAB (Minestra Affogata in Brodo nome ironico e irriverente). Era la musica che veicolava il nostro sentire e stare insieme e ci faceva incontrare anche altri gruppi del circondario a Taranto o Putignano. A Taranto ricordo di aver ascoltato per la prima volta la musica della West Coast californiana, i mitici Crosby, Still, Nash & Young oppure Joni Mitchell, più tardi passata al jazz. Musica ascoltata non solo sui dischi, ma alle chitarre e alle voci di miei bravissimi coetanei. E il contorno della musica erano le fanzine della cultura underground che dall’America arrivava all’Italia e da Milano scendeva fino a noi insieme ad altre la diventata storica “Re Nudo”. Era tipico di allora organizzare feste che facessero incontrare attorno alla musica la gente multicolorata che ci girava attorno e anche noi avemmo la nostra in quel di S. Paolo, 3 giorni di festa e liberazione, si diceva. Ad esser sincero non riuscii mai ad adottare certe pratiche per me estreme come il vagabondaggio “on the road” sulla scia del mitico J. Kerouac. Quando riuscii ad uscire di casa fu per andare a fare il cameriere in Riviera Romagnola ed ero ormai vicino al diploma. Incontrai anche lì gente affine, ma ne constatai la diversità rispetto a noi del sud. Se il Giangià era luogo di amicizie e vicende più “selvaggie”, non si faceva riferimento alla cultura del passato, ma come in una rinascita si attraversava solo il nuovo, come se questo fosse -e non lo era – sganciato dal resto che lo aveva preceduto, il “Collettivo Studentesco” fu per molti versi la sponda per le mie buone letture e l’occasione di frequentare “chi ne sapeva di più”. I componenti erano per la maggior parte di famiglie impiegatizie od agiate in cui il tasso di scolarità era certo più alto della mia con mia madre analfabeta e mio padre orfano di guerra in tenera età. Ebbi così l’occasione di accostarmi a certi autori letterari e di teatro che era la passione di alcune figure come Raffaele Agrusta, Gerardo Martino e Dino D’Arcangelo. Ma con loro la differenza di preparazione ed età si fece in un qualche modo sentire e l’esperienza del teatro non mi convolse in fondo. Fu dapprima un teatro politico, rappresentammo il golpe di Pinochet alla allora sede della FLM di Martina e si fece poi più culturale con l’Ubu Roi di Alfred Jarry.ANTONIO COLUCCI (testimonianza)

   Antonio Carrisi assume la direzione artistica della galleria d`arte sacra Francesco da Martina

 1974 Nuove Proposte allestisce una rassegna culturale estiva inaugurata da Guido Lenoci (famoso gallerista milanese, ndr) presso Largo Cappelletti, in pieno centro storico. Ma il punto più alto della straordinaria stagione lo raggiunge quando in piazza Maria Immacolata allestisce una performance di BODY ART e la cattolicissima e pudica Martina si proietta di colpo allo stesso livello delle capitali mondiali dell’avanguardia artistica: New York, Parigi e Londra addirittura in anticipo rispetto all’arte performativa della Biennale di Venezia. Il corpo nudo, indifferentemente maschile o femminile, irrompe sulla scena sconvolgendo i canoni di comunicazione tra artista e fruitore. Ma se da un lato la performance costituisce un punto di svolta e di consapevolezza delle possibilità culturali di Martina, non più solo come città d’arte e rococò, dall’altro evidenzia come i tempi non siano ancora maturi per tutti. Il sindaco Franco Punzi e il senatore Giulio Orlando sono già un passo avanti e con una visione culturale aperta si dimostrano favorevoli all’azione di Nuove Proposte.  Martino Sante Liuzzi invece, assessore alla cultura, ha una percezione più sobria e tradizionale del fenomeno culturale e si rivela in netto contrasto con quello stile avanzato ed internazionale, tanto da coinvolgere pure Nico Blasi e la Consulta per le Attività Culturali in un serrato ostracismo nei confronti di Nuove Proposte. Ma, divenuto sindaco, Liuzzi dimostra una classe e un’intelligenza non comuni conferendo, per il suo impegno culturale, l’onorificenza Patriae Decus a Elio Greco che presto torna alla ribalta con una conferenza e mostra d’arte del pittore Ventura dal dirompente titolo MA IL SESSO E’ ANCORA UN MITO?

Ed è proprio nell’estate del 1974 che, dopo aver fantasticato e discusso per tutto l’anno scolastico sull’ipotesi di aprire una radio, Raffaele Agrusta, Gerardo Martino, Pietro Semeraro, Pino Fumarola e Mario De Giorgio, accomunati da visioni politiche e socio culturali più o meno simili, nonché da uno spiccato interesse per la radiofonia, la musica, l’informazione, la comunicazione e le nuove tecnologie, fondano RADIO FARFALLA che trasmetterà sui 100.5 Mhz in FM e sarà la seconda radio libera d’Itala, subito dopo Radio Milano International. Del resto Pietro è già d un bel po’ che ha collegato un piccolo trasmettitore auto costruito a un’antenna Ground Plane per sperimentare qualche uscita in frequenza.


RADIO FARFALLA si stabilisce in uno “iuso” di pochi metri quadri situato in via Mazzini e in un pomeriggio assolato Gerardo, in compagnia di Dorella Mongelli, inaugura ufficialmente le trasmissioni annunciando un brano di Joni Mitchell. Le trasmissioni continueranno in maniera intermittente per un po’ di tempo condotte a volte dai titolari, a volte da qualche amico con particolari attitudini, ma sempre rigorosamente chiusi a chiave per timore della polizia postale. Non dimentichiamo infatti che c’è ancora il divieto assoluto di “viaggiare” nell’etere! Trasmissioni individuali per ora, letture di giornali o riviste su temi prevalentemente sociali, politici o culturali, e poi musica: west coast, pop, soul, country rock, progressive, jazz, naturalmente solo vinile.

La propensione mediatica di Martina Franca viene completata dall’esperienza di TELE MARTINA, la prima TV via cavo del paese, una creatura di Glauco Ferrante che muove i primi passi cablando le case del quartiere Fabbrica Rossa dietro corrispettivo di un abbonamento. Sono gli albori della televisione “pay-per-view”.

  Novembre 1974. Gerardo e Raffaele approdano al DAMS di Bologna, corso di laurea in discipline delle arti, della musica, dello spettacolo e della comunicazione, e contemporaneamente frequentano la scuola di teatro dell’IMET, istituto di studi musicali e teatrali. Vengono così immediatamente investiti da un oceano di input che confermano la validità delle loro scelte. Interagire di colpo con Umberto Eco, Giorgio Albertazzi, Pierpaolo Pasolini, Nanni Loy, Giuliano Scabia, Luigi Squarzina, Lamberto Trezzini, Ferruccio Marotti e molti altri forse è davvero una botta di vita troppo forte, tanto che nel giro di pochi mesi si ritrovano, anche un po’ inconsapevolmente, a vivere esperienze artistiche e professionali fuori dal comune. 

 Fra le innumerevoli esperienze si annovera in particolare il laboratorio sullo “straniamento dell’attore” per la messa in scena del TROILO E CRESSIDA di Shakespeare che dura tutto l’inverno sotto la guida dell’instancabile Arnaldo Picchi, regista con impostazione brechtiana. In quell’occasione l’incontro e la frequentazione col famigerato Felipe Balucani e l’eclettico Marco Cavicchioli.

 

 

Assemblea al DAMS Eco e Squarzina Foto Enrico Scuro

Claudio Lolli, Francesco Guccini, Rosalino Cellamare (Ron), Lucio Dalla, Francesco De Gregori sono solo la punta dell’iceberg delle serate trascorse nelle innumerevoli cantine bolognesi, o sui gradini di San Petronio e in piazza Maggiore, a suonare e cantare con chiunque, per non parlare dell’infinità di teatri underground e cinema d’essai che contribuiscono ad appagare la curiosità e la sete di conoscenza di due ragazzi animati da una grande passione.

 Il 19 aprile del 1975 ricevono, a Bologna, una lettera di Carmen Carta Fasano e Angelo Bianchini che hanno avuto da Raffaele l’incarico di continuare con le prove e l’allestimento scenografico di DUABUROY, liberamente tratto dall’ UBU RE di Alfred Jarry, che dovrebbe andare in scena al loro ritorno. Nella lettera si fa riferimento alle acrobazie di Angelo e ai giganteschi apparati di cartapesta che sta realizzando per lo spettacolo, alle prove di recitazione e all’ansia di riprendere a lavorare tutti insieme.

 Maggio 1975. A Bologna, con la regia di Matilde Marullo, i due inseparabili compagni mettono in scena MATERIALI PER UNA FESTA, uno spettacolo laboratorio sulla falsa riga del teatro povero di Grotowski, ispirato alle feste di corte rinascimentali, in cui gli stessi attori, rendendo riconoscibile il proprio ruolo solo attraverso l’uso di piccoli accessori, cambiano continuamente la scena incastonando fra loro grossi cubi di legno intercambiabili. Fra gli attori, oltre a Raffaele e Gerardo, che nell’occasione si cimenta per la prima volta in pubblico col flauto traverso e vari flauti di legno, ci sono anche Luigi Bizzarri (che poi sarà uno degli artefici de LA GRANDE STORIA di RAI 3), Stefano Angelone, Patricia Balucani, Daniela Battioni, Anna Maria De Caro, Fiorella Fiore, Barbara Ghisi, Magda Indiveri, Carlo Nicolai, Rita Riboni, Rita Zaccariello. In quella occasione, con la gioia che si può immaginare, Gerardo e Raffaele, insieme a Bizzarri, Angelone, Nicolai e Zaccariello, vengono scelti per lavorare in uno spettacolo che sarà presentato all’imminente Festival dei due Mondi di Spoleto.

 A giugno, per il loro primo esame al DAMS, irrompono nell’aula universitaria indossando due giganteschi mascheroni fra gli applausi dei docenti e degli studenti. Un atto di coraggio forse un po’ indisciplinato, ma di sicuro effetto visto che l’esame è Teatro di Animazione e l’argomento è la realizzazione delle maschere di cartapesta per l’UBU RE di Alfred Jarry. Rispettivamente indossano Padre Ubu e Madre Ubu e le risate sono inevitabili. Il primo 30 e lode per entrambi!

  Ma è il momento del TEATRO DI STRADA. Matilde Marullo e Fabrizio Frasnedi coinvolgono Gerardo, Raffaele ed altri interpreti del precedente spettacolo in un vero e proprio percorso di ANTROPOLOGIA TEATRALE nei villaggi collinari dell’Emilia Romagna finanziato dalla regione. Sulla falsa riga del LIVING THEATRE e dell’ODIN TEATRET la troupe si vedrà impegnata in una serie di interventi itineranti fatti di processioni, vocalità e sonorità con commistioni degli idiomi del posto, atletismi e improvvisazioni col coinvolgimento di bambini, giovani e anziani, con l’uso di tamburi, strumenti rudimentali, flauti, chitarrine, maschere e stracci trasformati all’occorrenza in costumi teatrali, bastoni e oggetti della tradizione popolare. Sono eventi straordinari e per certi versi preziosi considerando l’anno e il livello culturale delle poche anime che popolano quei paesini. Pur non conoscendo quel genere di linguaggio, ciascuno mostra un interesse e un trasporto davvero fuori del comune per ogni azione, sembra comprenderne il senso profondo, quasi a riprova del fatto che il teatro antropologico, travalicando i confini del teatro tradizionale e di parola, attinge in qualche modo dalla più atavica coscienza collettiva e dall’universo archetipale, quelli che sono i codici elementari dell’uomo in un contesto di teatralità e quindi di sacralità. In una di quelle sere, all’imbrunire, Gerardo interpreta persino una vera e propria trance sui gradini dell’unica chiesa del paese strappandosi gli abiti di dosso, ma la cosa non irretìsce ne’ scandalizza gli astanti, tutt’altro! Rimangono sì attoniti, ma in qualche modo serenamente ammaliati dal mistero e dalla necessità di quell’improvvisazione.

 

Luglio 1975.   A Martina Franca intanto si inaugura la prima edizione del FESTIVAL DELLA VALLE D’ITRIA sotto la guida del grande Alessandro Caroli. Da quel momento la città inizia a far parlare di sé nel mondo più di quanto non lo abbia già fatto. Ma qui si apre un universo a parte che può essere esplorato solo in separata sede.

 Nel frattempo però, Raffaele e Gerardo sono a Spoleto per la 18° edizione del FESTIVAL DEI DUE MONDI, impegnati giorno e notte nella realizzazione de IL SONNO DE I CARNEFICI del poeta biologo Giorgio Celli, una metafora artaudiana della peste intesa come misterioso contagio psicofisico, irresistibile e liberatorio, magistralmente diretta da Gianfranco Ferri, che segnerà in maniera indelebile il loro percorso artistico.

 Nella chiesa sconsacrata di San Nicolò viene allestita una gigantesca macina, vero e proprio campo di battaglia per i 12 monatti (fra cui Gerardo e Raffaele) che fra vocalità, atletismo, espressività e intimidazioni nei confronti del pubblico, tamponano contagiati, trascinano cadaveri, corrono per tutta la chiesa, entrano ed escono dalla macina a rischio di esserne travolti, aderiscono come gechi alle sue pareti, appaiono dal nulla e scompaiono come anime dannate o salvatori dell’umanità. 4 protagonisti intanto tessono le fila della narrazione attraverso dialoghi serrati al limite dell’assurdo: l’Inquisitore, il Gran Medico, la Peste e Juan Valdès, mentre due Zanni impreziosiscono la messa in scena con spunti tratti dalla commedia dell’arte.

E’ l’unico spettacolo d’avanguardia che passa il vaglio della direzione artistica del festival incarnata da Romolo Valli.

 L’8 luglio alle ore 21 la prima mondiale. Un trionfo. Il pubblico, disposto ai lati dello spazio scenico, esulta per almeno 10 minuti, il direttore artistico si complimenta con tutti personalmente e RAI UNO trasmette uno speciale prima serata. Interviste anche ai nostri due. Altre e quattro repliche fino al 12 luglio.

 Intanto a Martina Franca Nico Blasi ha messo in scena, per il liceo classico, LE COLONNE DELLA SOCIETA’ di Henrik Ibsen.

 Raffaele e Gerardo rientrano a Martina per un po’ di vacanze ma anche perché Raffaele deve riprendere la lavorazione di DUABUROY.

C’è un altro motivo però. Stanno seriamente pensando ad altri due progetti, da una parte la messa in scena de IL PETO, stravagante e surreale miscellanea di testi in cui mettere a frutto con la propria impronta la pratica maturata nei mesi precedenti, dall’altra la stesura di una relazione da presentare all’Assessorato alla Cultura per un’ipotesi teatrale globale nel centro storico. E poi c’è la radio che continua ancora a trasmettere in maniera intermittente e bisogna prendere una decisione; e c’è Nico Blasi che vuole realizzare con loro due l’ESCURIALE di Michel De Ghelderode per presentarlo al PREMIO MARTINA FRANCA DI POESIA.

 Ma una meteora attraversa il cielo, folgorante, improvvisa, inaspettata! EDIPO, il primo lungometraggio dell’infaticabile Nico Blasi e dell’indimenticabile Dino D’Arcangelo. Nico si sa, è un portento, e Dino è un assoluto precursore dei tempi, con la sua cultura, il suo talento e la sua trasgressività. Nella rivisitazione della tragedia di Sofocle, oltre e Raffaele e Gerardo coinvolgono tutti, ma proprio tutti! Un vero e proprio esercito fra attori protagonisti, comparse, operatori, tecnici, assistenti, costumisti, truccatori, musicisti e quant’altro, attingendo dal Giangià Club, dalle associazioni, dagli artigiani e da ogni professione, dagli amici e persino dai turisti di passaggio. Edipo segna un periodo indimenticabile della storia di Martina Franca.

Settembre 1975. Fra Gerardo e Dino D’Arcangelo inizia intanto un periodo di più stretta collaborazione e alla FESTA DELL’UNITA’, nel Foro Boario di Martina, esordiscono con una performance dal titolo DEL POVERO BERTOLD BRECHT in cui il povero Gerardo, con la sua valigetta da mimo, finisce per essere frustato dal domatore Dino. Acuta e ironica metafora delle ceneri di Brecht la performance, pur applaudita, non viene compresa più di tanto, ma getta le basi per la nascita del CTR (Collettivo Teatrale di Ricerca) con cui Dino e Gerardo inizieranno a portare in giro per la valle d’Itria una serie di spettacoli d’avanguardia e teatro sperimentale di loro produzione.
PROVOCAZIONE UNO è il primo, rappresentato di lì a poco nella ROTONDA di Martina Franca all’interno della Villa Comunale e in cui vengono coinvolti molti degli interpreti di EDIPO fra cui, oltre Gerardo, Lino Panico, Maria Russano, Michele Bianchini, Aldo Recchia e il compianto Franco Pavesino che, fingendo di svenarsi, taglia un profilattico pieno di sangue di maiale nascosto nella manica della camicia e grida: “IL SANGUE NON E’ BLU”, insozzando letteralmente il pubblico delle prime file alla maniera di Carmelo Bene quando, in Salomè, faceva la stessa cosa ma con altri fluidi corporali. L’avanguardia è avanguardia e i miti vengono spesso emulati. (Gerardo ricorda, con un po’ di amarezza, di essersi recato personalmente al macello comunale per riempire una bottiglia col sangue ancora caldo immergendo mano e avambraccio nel tino di plastica che lo conteneva).

Ed è adesso che Nico Blasi fonda il CATI, Centro Artistico Teatrale Incontro, coinvolgendo nel tesseramento Raffaele, Gerardo, Dino D’Arcangelo, Fausto Maxia, Carmen Carta Fasano, Piero Marinò, Riccardo Ippolito, moltissimi componenti del GIANGIA’, Paola Magistri con gli attori che avrebbero interpretato La Cantatrice Calva e tantissimi altri amici, artisti e intellettuali.
La sede del CATI è uno scantinato situato in via Lelio Fanelli 72, di proprietà di un fruttivendolo. Porta di ferro, una rampa di scale ripidissima che conduce giù in un unico vano diviso da una colonna centrale, da una parte gradinate, dall’altra pavimento più o meno a livello che viene subito identificato come l’unico spazio scenico possibile. Ci sono massimo 60 posti a sedere sui gradini, ma non si possono tenere gli spettatori sulla pietra umida. Umidissima. Due pareti del locale grondano letteralmente acqua. Si pensa a un sistema per risanarlo e nello stesso tempo a un’idea più confortevole per i posti a sedere. C’è qualcuno allo stadio comunale che forse può intercedere per procurare le sedie più disastrate delle gradinate, ma bisogna trovare un motocarro perché nessuno le porterebbe fino a lì. Va bene così, ma prima bisogna risanare il locale. A botta di collette e di puro lavoro fisico si comincia prima a raccogliere l’acqua con i secchi, poi a togliere le muffe, per passare agli isolanti e alle vernici, terminando con qualche lavoro in muratura e con l’allestimento di un rudimentale impianto scenico. Ovviamente tutto a vista, tutto rigorosamente intimo, all’insegna dell’avanguardia e della sperimentazione più forsennata, non solo per scelta ma anche per necessità! E finalmente si caricano le sedie dello stadio, ma ovviamente i posti a sedere si riducono perché ci sono spazi morti in quanto le sedie sono fisse nei binari, ma si è felici comunque nonostante l’odore della vernice. E le sedie ritornano come nuove. Un plauso particolare a Pasquale e Mimino Pulito per aver messo la loro esperienza in mano d’opera al servizio di tutti.

Ma c’è la prima edizione del PREMIO MARTINA FRANCA DI POESIA e Nico Blasi, come promesso, non vuole lasciarsi scappare l’occasione per firmare la regia de l’ESCURIALE di Michel De Ghelderode, autore fiammingo dell’Avanguardia Poetica. All’interno del Palazzo Ducale, sotto l’arcata al lato dell’Ufficio Tecnico, viene allestito un palco con una struttura attigua di tubi innocenti su cui FOLIAL, il buffone del re (Gerardo Martino), atleta deforme e sanguigno dalle gambe attorte, con le movenze di un ragno imbastirà una farsa al limite del macabro per il suo RE (Raffaele Agrusta), un monarca malato e delirante che, immerso nelle sue visioni, tresca col demonio su un trono vacillante. Altro interprete Pino Semeraro nei panni di UTO il boia.

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L’evento è una conferma di come Nico, Raffaele e Gerardo rivestano ormai il ruolo di operatori culturali a tutto tondo, mettendo ulteriormente in luce le capacità artistiche degli ultimi due che ricevono nuovamente il plauso della poetessa Giovanna Bemporad, che li invita nuovamente da lei per conoscere i loro progetti, non che quello di Antonuccio Silvestri e dell’assessore alla cultura Martino Sante Liuzzi.
Si sono ormai creati i presupposti per una fruttuosa collaborazione e Nico propone a Gerardo e Raffaele di cominciare a cimentarsi con un altro testo di De Ghelderode, MAGIA ROSSA. Ma in autunno si inizierà anche a provare la lettura di un capolavoro del teatro dell’assurdo, ASPETTANDO GODOT di Samuel Beckett, in cui verrà coinvolta anche Paola Magistri che ha già lavorato con Nico.

Ma c’è ancora in sospeso il nuovo invito di Giovanna Bemporad. La sera prima del giorno convenuto Raffaele ricorda a Gerardo che l’indomani, alle 9 in punto, la poetessa li ospiterà a casa per essere messa al corrente dei loro imminenti progetti artistici. Gerardo, che ancora non ha avuto personalmente il piacere, è entusiasta e riorganizza mentalmente le idee per evitare di tralasciare anche il minimo dettaglio. Raffaele lo è altrettanto ma si sforza di controllare l’emozione, non tanto per aver già interagito con lei, quanto piuttosto perché è come se avesse un piccolo trofeo in più rispetto all’amico. Ma si sa, ragazzi come sono, competono un po’ in tutto com’è normale a quell’età, e poi fra loro due c’è e ci sarà sempre un po’ di salutare guerriglia, ma contribuirà a renderli più stabili e determinati.
“C’è la prof.ssa Bemporad?” chiede al citofono Raffaele, “abbiamo appuntamento alle 9”. “Impossibile” risponde la domestica, “avrà voluto dire alle 21. La prof.ssa vive di notte e dorme di giorno!”. E i due all’unisono: “Va bene torniamo stasera!”. Si guardano esterrefatti e scoppiano a ridere. Raffaele, quando è stato ricevuto la prima volta in tarda serata, era così emozionato per quella dimensione ovattata e un po’ buia che non ha collegato le cose. “Ecco perché”, borbotta, e si dà uno schiaffetto sula fronte.
Ma la sera c’è il grande incontro. Trepidazione pura. Nonostante la sua austerità e il suo vestire, la Bemporad conferma la sua disponibilità e, con l’umiltà che solo gli spiriti eletti sanno mostrare, rivela un fare materno e un coinvolgimento sincero nei confronti dei due ragazzi, incoraggiandoli nei loro intenti e rimpinzandoli di consigli. L’apoteosi è quando, prima di prender commiato, la poetessa chiede loro di suggerirle un’immagine, una visualizzazione delle sensazioni che vorrebbero evocare nel pubblico col loro prossimo lavoro. La risposta è: “Una vetrata va in frantumi e su ogni coccio di vetro rimane indelebile il frammento corrispondente dell’immagine che vi si rifletteva”. L’espressione di trasporto e di eccitazione della poetessa non la dimenticheranno più per tutta la vita.

Così carichi e motivati, nell’autunno del 1975 Raffaele e Gerardo fondano il TEATRO DELL’ACQUA e mettono in scena IL PETO, una miscellanea di testi di Kafka, Lautréamont, Bataille, Cervantes, Giordano Bruno. Una mise teatrale delirante sulla dualità, surreale e ironica al tempo stesso, in cui i due protagonisti si cimentano in un continuo e inesorabile scambio di ruoli fra vittima e carnefice. Dal teatro dell’assurdo al futurismo, dal rapporto magico tra spazio e corpo alle voci fuori campo arricchite di effetti speciali, dalle atmosfere musicali alla commedia dell’arte attraverso sequenze apparentemente sconnesse tra loro, ma accomunate dal mistero della diade. La biblioteca comunale è lunga e il pubblico è disposto sui due lati, manco a farlo apposta. Dal buio emerge un personaggio eclettico (Raffaele), indecifrabile, ha il volto emaciato, il cerone bianco, i capelli bagnati tirati indietro, indossa solo un paio di stivaletti, le mutande e un giaccone lungo fino alle ginocchia nude che ricorda un po’ la Gestapo e un po’ gli spazzini di una volta; trascina con fatica un sacco, lentamente, inesorabilmente. La musica, un continuo assordante, “Trenodia per le vittime di Hiroshima” di Krzysztof Penderecki, incatena e ammalia il pubblico intimorito. Ma ecco che la voce fuori campo scandisce finalmente alcuni passaggi de I CANTI DI MALDOROROR di Lautréamont e il sacco prende vita, qualcosa si muove al suo interno, e sui versi della CENA DE LE CENERI di Giordano Bruno, la testa di Gerardo fa capolino fuori da quell’involucro, fino a mostrare un volto le cui smorfie scateneranno risate a crepapelle scompaginando l’atmosfera di mistero. E se Gerardo in sella a una bici dei primi del ‘900, quelle con la ruota gigante davanti per intenderci, insegue Raffaele a piedi col costume da bagno della stessa epoca al ritmo di MADAMA LA MARCHESA di Nunzio Filogamo, non c’è assolutamente da stupirsi; né se entrambi si travestono da marionette o indossano le maschere degli zanni della commedia dell’arte improvvisando dialoghi su musiche del XVI secolo, perché le metafore e le sorprese del Teatro dell’Acqua non finiscono mai.

Il giorno dopo infatti, perfettamente in linea col filone del doppio, Raffaele mette in scena DUABUROY, liberamente ispirato all’ UBU RE di Alfred Jarry. Il trono gigantesco di cartapesta, costruito per Padre Ubu da quell’autentico talento di Angelo Bianchini, è ridondante di labbra, tette e culi per suggellare gli eccessi e le esagerazioni di un monarca puerile e crudele che governa il suo popolo con uno scopino da cesso, decervellando i nemici e divorandoli, ma in realtà è succube di colei che è il vero carnefice: Madre Ubu. E sarà proprio lei, Madre Ubu, a percorrere in lungo e in largo lo spazio scenico della biblioteca comunale insieme all’esercito dei Palotini, indossando gli strabilianti mascheroni che il genio di Angelo ha doviziosamente realizzato per omaggiare le innovative scenografie di Giovanni Santoro. Le luci e gli effetti speciali, come sempre, sono affidati a Rino Carrieri. Fra gli interpreti Carmen Carta Fasano e lo stesso Angelo Bianchini che si farà ricordare per un doppio salto mortale in cui suona in volo due piatti legati alle caviglie. Un vero e proprio drums man, oltre che un atleta eccezionale.

Raffele e Gerardo non si fermano, sono ormai in piena eruzione. Facendo continuamente la spola fra Martina e Bologna riescono egregiamente a dividersi fra gli impegni presi in paese e le impellenze bolognesi, fra cui altri esami da sostenere, una serie di doppiaggi da realizzare per la cinematografia sperimentale nascente e un seminario sul lavoro del clown.
Nel frattempo finiscono di preparare la fatidica relazione per il progetto teatrale itinerante e diffuso da realizzare nel centro storico di Martina, che per certi versi ricorda l’Odin e il Living Theatre, per altri la dimensione di fanfara e animazione delle opere di Jarry, con proponimenti anche storico politici e ironico demenziali atemporali. Consegnano personalmente la relazione nelle mani dell’Assessore alla Cultura Martino Sante Liuzzi che accoglie con curiosità ed entusiasmo l’iniziativa.
SULLE MURA DELLA FRANCA MARTINA è il titolo dell’intera operazione che dovrebbe svolgersi in estate. Si tratta di far rivivere al centro storico le vicissitudini dell’epoca in cui alla città furono riconosciute franchigie e demanialità perpetua da Filippo D’Angiò. Il progetto prevede di incominciare a incuriosire indigeni e forestieri già diversi giorni prima dell’evento disponendo, su tutte le torri che delimitano il perimetro del centro storico, sentinelle con abiti d’epoca (parliamo del 1310) 24 ore su 24. La spettacolazione contempla invece la chiusura delle porte della città con tendoni damascati; l’installazione di postazioni fisse da raggiungere in processione, sempre in costume, coinvolgendo il pubblico; l’impiego di attori, comparse, musicisti, danzatori, acrobati, sbandieratori e quant’altro; la realizzazione di un gigantesco budello trasparente (metafora dell’intestino di Ubu in cui succederà di tutto di più) che dalla Porta di Santo Stefano, ingresso ufficiale della mastodontica performance, conduca direttamente nell’atrio del Palazzo Ducale, delimitando un percorso obbligato per chi decida di essere “spettatore protagonista indotto”; l’utilizzo della banda musicale del paese, degli artigiani, dei commercianti e dei ristoratori (per enfatizzare e valorizzare le attività autoctone) e mille altre fantasmagorie.

Intanto Nico Blasi comincia a pensare alla biblioteca comunale per una nuova rappresentazione de LA CANTATRICE CALVA e chiede a Gerardo di comporre le musiche. Così lo iuso di RADIO FARFALLA si ritrova ad essere anche luogo d’ispirazione per Gerardo che si mette subito all’opera con la sua dodici corde.

La nuova iniziativa del CATI è inevitabilmente una scuola di teatro. Come prima tappa Gerardo e Raffaele propongono un laboratorio sulla voce e sul corpo per la realizzazione di una fusione fra LE 120 GIORNATE DI SODOMA di François de Sade e l’UBU RE di Alfred Jarry rivisitati in chiave artaudiana. Un lavoro molto fisico e cruento in cui la voce e il corpo si cimenteranno coreograficamente in complicate dissonanze e raffinati arabeschi. Al progetto partecipano con grande entusiasmo Franca Entringer, Anna Maria Semeraro, Anna Maria Santoro, Gioconda Raguso, Fausto Maxia e Raffaele Marangi che, sotto la guida dei due amici, scopriranno insospettabili capacità fisiche e vocali. Qualcuno ricorderà per molto tempo il travolgente “BRRR AGGA UNDA ZZZ UBU” vero e proprio “centro tonale” delle arzigogolate evoluzioni degli attori.

Dino D’Arcangelo intanto propone di rappresentare LA SIGNORA FROLA, una sua personale rivisitazione de LA SIGNORA FROLA E IL SIGNOR PONZA, SUO GENERO di Luigi Pirandello. Gerardo dovrà impersonare la signora Frola facendosi calare dal soffitto all’interno di un grande cesto di vimini interpretando monologhi allucinati. Ma si sa, le regie di Dino sono sempre un passo avanti.

Gennaio 1976. Il CTR di Dino e Gerardo ha continuato intanto con le sue produzioni e, gentilmente ospitato dal CATI nei giorni del 6, 7 e 8 gennaio, mette in scena la sua seconda opera: HYSTERIA n°4 di Dino D’Arcangelo, spettacolo a cui non possono assistere più di 28 spettatori per volta. Interpreti Gerardo Martino, Anna Maria Semeraro, Angelo Panico, Carmen Carta Fasano. Scene e luci Rino Carrieri. Trucchi e costumi Michele Bianchini. Aiuto regia Gerardo Martino. Nelle note di regia così si legge: “Il teatro è Narciso che si specchia nelle acque del lago e che, vedendo la propria immagine riflessa, non si riconosce e muore d’amore e stupore solo per se stesso, dimentico di Eco. La messinscena vuole sperimentare: 1. Un modo teatrale che finalmente riesca a tenere lontana la poesia dal pubblico e attraverso cui ci si convinca che la stessa è irrappresentabile in senso positivo, cioè teatrale, e che la sola possibilità drammatica che ci resta è quella di raccontare quella impossibilità; 2. Una via crucis dell’attore che, attraverso un calvario critico di sé, trascini la Maschera, sulle cui labbra il discorso teatrale non finisce mai, fino all’Orrore Teatrale, dimensione crudele in senso artaudiano di un teatro difficile e pericoloso, soprattutto nei propri confronti e quindi di ricerca di nuove forme di linguaggio; 3. La poesia non conclusa come tappeto ideale per un Teatro di Pretesto, vale a dire come discorso continuo e non interpretazione di un fatto specifico, che riporti nel Nulla, attraverso un gioco di Luci-Materiali-Oggetti, ogni possibilità di ritrovare una Strada Teatrale ormai perduta per sempre.”
A distanza di pochi giorni HYSTERIA n°4, grazie allo spirito innovativo del suo direttore Glauco Ferrante, sarà registrata negli studi di TELEMARTINA e proposta nel palinsesto dei programmi televisivi. Fra gli interpreti, al posto di Angelo Panico, ci sarà Giuseppe Satta.

Marzo 1976. A Bologna imperversano le lotte studentesche, e Gerardo e Raffaele inevitabilmente si ritrovano coinvolti in diverse manifestazioni fino a quando non cominciano a frequentare RADIO ALICE che, nonostante sia nata da appena un mese, dai suoi studi è addirittura in grado di fornire in diretta la mappatura degli scontri con la polizia grazie all’ausilio di prodigiose staffette disseminate per le strade di Bologna. E’ il momento in cui i due amici acuiscono la passione per i media e per le loro innumerevoli possibilità, sfruttando l’occasione anche per approfondire uno degli argomenti dell’imminente esame di Comunicazione di Massa.

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Manifesto di Radio Alice

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Alcuni degli scatti che fanno parte della mostra «Qui Radio Alice», all’ex Roncati dal 22 febbraio al 12 marzo Lo studio di trasmissione di Radio Alice ricavato da un sottotetto di via del Pratello 41. Su un tavolo di tubi di ferro, alle voci in diretta si mescola un fiume incontenibile di energia musicale. Foto: Fabio Pancaldi

La loro idea di radio in realtà, sia pur schierati politicamente in quella direzione, è leggermente diversa. Piuttosto che ambire a un mezzo d’informazione totalmente di parte e che si occupi solo di politica, sono orientati verso un modello di comunicazione quanto più possibile pluralista ma con la massima trasparenza, dove diverse voci, anche in disaccordo tra loro, possano esprimere le proprie opinioni e in cui ci sia spazio prevalentemente per la cultura, l’arte, la creatività. E se da una parte sono perfettamente consapevoli dei falsi bisogni che i media al servizio della società dei consumi sono in grado di generare (argomento che li ha affascinati fin da adolescenti quando si fiondavano sugli scritti di Aldous Huxley, Vance Packard e simili, sviscerandolo poi anche in sede universitaria), dall’altra sono affascinati dalle poliedriche sfaccettature della pubblicità, dalle sue tecniche più oscure e dalle infinite possibilità d’inventiva che il settore offre. E sarà proprio la divulgazione di un messaggio il tema della tesi d’esame, dal passa parola, al corno del banditore, alla carta stampata e ai mass media in generale.

E si torna un po’ a Martina per sentirsi con gli altri soci di RADIO FARFALLA e decidere che pesci prendere visto che si trasmette ancora saltuariamente ma soprattutto illegalmente. Si discute sulle scelte da adottare, specialmente alla luce di quelle che sono le proposte di Raffaele e Gerardo.

Siamo in primavera inoltrata e Dino D’Arcangelo ha già scritto un nuovo testo per il CTR da proporre a Gerardo che accetta con l’entusiasmo di sempre.
RITO GIALLO, ironico, delirante, clownesco, malinconico e dissacrante, con la regia di Dino e l’aiuto regia di Gerardo. Interpreti Gerardo, Angelo Bianchini, Carmen Carta Fasano. Scene, trucchi e costumi dello stesso Angelo. Rappresentato prima al CATI e poi a Cisternino, Locorotondo e altri comuni della Valle d’Itria.

E Nico Blasi firma la regia di una nuova edizione de LA CANTATRICE CALVA di Ionesco in Biblioteca Comunale, il CATI sarebbe troppo piccolo per ospitare il pubblico che si prevede. Fra gli interpreti Paola Magistri, Franco Di Giuseppe, Franco Mariella, Giovanni Semeraro. Le musiche di Gerardo dal titolo “Che cascata di cacate” suggellano in maniera parossistica il finale dell’opera del drammaturgo dell’assurdo.

Gerardo e Raffaele sono presi completamente, oltre che dal pensiero della radio, anche da una ricerca sistematica sulle storie fantasmatiche di Martina e su tutto quello che possa essere ricollegato agli antichi riti apotropaici e ai riti pagani da cui presero origine quelli religiosi, partendo dai canti per propiziare il raccolto, attraversando poi le usanze natalizie, la questua epifanica e il carnevale sino ad arrivare alla quarantana, la vecchia che si appende per la quaresima. Stanno infatti pensando alla realizzazione di un documentario sulle origini del teatro italiano per un esame di Drammaturgia con Giuliano Scabia. Armati di microfono e Super 8 si aggirano, in un tardo pomeriggio primaverile, per le stradine del centro storico interrogando gli abitanti di Martina vecchia sulle storie di fantasmi. La leggenda del “Monachello” si sa, è cosa vecchia, e ogni regione d’Italia ne possiede una versione autoctona; qui si tratta invece di trovare qualcosa di assolutamente unico per impreziosire il documentario con argomenti inediti. Quella che segue è una testimonianza inedita di Gerardo e Raffaele.
< “Ete capetète pruòpete au cièntre!” esclamò con voce stridente l’anziana signora quando le domandammo se per caso non fosse a conoscenza di qualche episodio fantasmatico. “Nu vè?” e indicò la finestra di un palazzo sopra la sua abitazione a pianterreno. “Da dè sòpe s’ha menète na pecciulièdde ca na tenève manche deciuìtt’ànne! Ièdde ‘nge vulève, ma l’attène a fascè spusà u stièsse, e chièdde a prema nuòtte se menè abbàsce pe tott’ a vièste da chìse! E muò a mienzanuòtte s’azzère vestòte da spòse sièmpe sop’ a cchòsse tumbène! ‘A zète’ a chiàmene!” Con uno sguardo d’intesa ci dicemmo in silenzio: “Questa signora è una miniera d’oro”. Ma la donna forse ci lesse nel pensiero e senza lasciarsi interrogare ancora continuò: “E ce tremendète bùne tòtte i crestiène ca pàssene da duò duòppe a mienzanuòtte, a ce le mànche na riècchie, a ce le mànche nu rèscete, a ce nu stùzze de nèse, a ce n’ùcchie, ‘nsuomme, na còse na còse l’ha mancà. Chèdde suo’ tòtte iàneme dannète c’hanna gerà sièmpe attòrne attòrne iènte a chièssa zòne, e nan ge puòtene attraversà l’encrùsce pecciè s’assuòrmene d’a cròsce!” Eravamo davvero al settimo cielo, quella testimonianza avrebbe arricchito il nostro documentario in maniera insolita. E la signora incalzò nuovamente. “Aspi’, n’ha ngià specciète u fàtte! Vulète sapè cià ‘ccappìbbe na nuòtte? Se n’ere sciòte a losce, m’assurmìbbe, na ssà ffettève nòdde, com’era affà? Scìbbe iènte a chìse affiànche, duò. Segnòre, Crèste mègghie m’ha perdunà, descìbbe, i pegghià na cannèle pecciè iènte a kèse m’assuòrme. Acchussè fascìbbe, a mettìbbe sope u comodìne e m’addurmescìbbe. Bèh…a remmèna duòppe ..au puòste da cannèle adduvenète ci’acchìbbe? U rèscete de nu crestiène! Maruònne màie l’assùrme! Mprème scappìbbe iènt’ a chìse! Paternòste, Glorialpàdre e Ave Marìe, manghe le chène quante n’i dètte! Da tànne, ehi, quànne se ne viè a lòsce me vò ccuòcche ‘mprème e cumènze a prieà!” E così, molto più che soddisfatti, prendemmo commiato dall’anziana signora, ma ci aspettavano ancora delle riprese in una delle confraternite di Martina, che ovviamente non nominiamo, dove avevamo appuntamento con due confratelli che avevano acconsentito per noi a vestirsi con gli abiti tipici delle processioni e a mostrarci qualche rituale. Ci aspettava una gradita sorpresa. I due erano già ad attenderci e parevano alquanto elettrizzati. Uno indossava già l’abito tipico col cappuccio, l’altro invece la maglietta intima di lana e aveva in mano una pecie di grimaldello. Ci portarono giù dov’erano sepolti i confratelli passati a miglior vita e, mentre il primo, dopo aver impugnato una pesara di ferro, che è uno strumento tipico delle autoflagellazioni per le penitenze, sollevatosi la tunica cominciò a colpirsi sulla schiena nuda emettendo mugolii di sofferenza come un attore professionista, il secondo, dopo aver scoperchiato una tomba, esibì come un trofeo alcune ossa di un confratello e, puntandole verso quella che nel suo immaginario era una macchina da presa, gridò: “Pe chèsse amma fà u bròre crèie!” In effetti era venerdì, e il sabato si sa, dalle nostre parti si mangia il brodo. Inutile descrivere il nostro divertimento nell’immaginare la reazione che avremmo suscitato all’università con la proiezione del filmato.>

RADIO FARFALLA intanto non può più aspettare. L’urgenza di Raffaele e Gerardo, ormai galvanizzati, fa sì che gli altri soci, per di più non completamente in sintonia coi due in merito alle scelte da operare, si tirino indietro. La sede di via Mazzini bisogna lasciarla al proprietario che la reclama già da tempo (del resto non ci sono entrate se non collette e piccoli risparmi) e questa è l’occasione giusta per spiccare il volo. Non c’è ancora una regolamentazione in merito alle emittenti private, se non quella che prevede la via del cavo, e chi si appropria di una frequenza in FM è comunque esposto a denunce e sequestri, ma i due amici decidono di rischiare e, dopo un po’ di ricerche, scelgono come nuova sede un suggestivo locale nel centro storico situato nel punto più alto di Martina, vico Montedoro, eccellente opportunità per una migliore copertura dell’antenna. Un piano terra abbastanza spazioso per la redazione, le riunioni, le registrazioni, l’accoglienza e quant’altro. Un secondo piano per la regia e lo studio di trasmissione che viene immediatamente insonorizzato, come si usa artigianalmente in quegli anni, con i contenitori delle uova. Un terzo piano con un piccolo stanzino, confinante col terrazzo, per gli “incontri ravvicinati del terzo tipo”. Un acconto con quel poco che hanno, “pagherò” e indebitamenti di ogni tipo, ma sono determinati ad autofinanziarsi con gli sponsor, convintissimi che la programmazione che hanno in testa farà immediatamente salire gli ascolti a mille, sia per il grandissimo numero di persone coinvolte, sia perché si tratta di un’assoluta novità. La radio copre l’intera zona di Martina Franca, parte delle campagne e alcuni dei comuni limitrofi della valle d’Itria, ma è sufficiente per innescare un vero e proprio ordigno. Hanno appena vent’anni ma hanno visto giusto. Il loro entusiasmo, e pure la loro dimestichezza con i mezzi e con gli argomenti, che fra l’altro studiavano ancor prima di iscriversi al DAMS e alle altre scuole di pertinenza, contagia generazioni anche più grandi della loro: professionisti dell’informazione; esponenti della politica; operatori culturali fra cui anche poeti, scrittori, musicisti e docenti scolastici e universitari; deejay già affermati provenienti dai pochi club e dalle poche discoteche che in quegli anni rappresentano comunque l’avanguardia. Ma contagia anche i curiosi e gli appassionati, coloro che pur in possesso di un talento o di una predisposizione, non hanno mai avuto l’opportunità di lanciarsi nella sperimentazione delle proprie capacità o dei propri interessi, tant’è vero che la radio rappresenterà per molti di loro una vera e propria fucina in cui impadronirsi della tecnica, del linguaggio e degli elementi costitutivi di quella che diventerà, in futuro, la loro professione. E nasceranno speaker, cronisti, giornalisti, deejay, pubblicitari, registi, ma anche promoter, tecnici del suono, presentatori, cantanti, attori e operatori culturali polivalenti.
RADIO FARFALLA in pochi giorni diventa un porto di mare, un via vai di gente di ogni tipo coinvolta non solo dall’impegno personale nella programmazione radiofonica, ma anche dall’opportunità di incontrare amici e conoscenti in quello che diventerà prestissimo uno dei maggiori centri di aggregazione della città. Il passaparola è travolgente: ogni famiglia, ogni attività commerciale, ogni associazione o piccolo gruppo possiede un radiolina o un impianto stereo costantemente sintonizzato sui 100.5 Mhz.
E’ fatta! Raffaele e Gerardo devono inevitabilmente diventare i precursori sul territorio anche della pubblicità radiofonica, visto che per fortuna gli sponsor non bisogna cercarli più di tanto. Meritano un plauso particolare i primi inserzionisti: Gianfranco Boutique, Raffaele Basile Hi Fi TV color e Ristorante La Rotonda, per aver intuito fin da subito la portata del fenomeno, fra l’altro mai delusi dalle genialate creative e divertenti dei due amici che saranno in grado di fidelizzarli per tutta la durata della radio. Ma la vera bomba è la programmazione, poliedrica, alternativa, pluralista, col grande merito di aver divulgato in una realtà di provincia argomenti degni di interesse nazionale e persino internazionale. Alcuni titoli, e anche alcuni personaggi, parlano da soli. Il PINOCCHIO di Carmelo Bene trasmesso a puntate da Dino D’Arcangelo (che in seguito fonderà insieme ad altri colleghi “Il Venerdì” di Repubblica), preceduto da una sua prefazione e inframmezzato da interventi e riflessioni di ogni tipo; IDEA JAZZ a cura di Rino Carrieri, già in quegli anni appassionato ed esperto conoscitore, condotto con la collaborazione di Gerardo; MUSICA E IMMAGINI con Raffaele e Gerardo che propongono, in una rubrica quotidiana di soli 15 minuti, frammenti di racconti, scritti teatrali, favole e poesie, stimolando l’immaginazione e creando dimensioni fuori dalla realtà con l’ausilio delle atmosfere musicali; RF NOTIZIE, il notiziario quotidiano, impeccabile e puntualissimo grazie alla forza e alla costanza dell’inarrestabile Roberto Aquaro, infaticabile redattore de La Gazzetta del Mezzogiorno, ma pure alla perseveranza di Gerardo che ogni mattina alle sei, con la sua Renault 5, gli dà la sveglia, sale in stanza da lui, e scrive sotto dettatura le notizie del giorno urlate da Roberto che nel frattempo è chiuso in bagno per prepararsi e andare in radio a leggerle insieme all’amico; SULLE ALI DELLA FARFALLA, poesia e narrativa a cura di Nico Blasi con le letture di Raffaele; L’ALTRO PROGRAMMA, progressive rock col mitico e fascinoso Franchetto Russano; NOI DUE, acuto programma di satira e musica con Gianfranco Aquaro e Pino Bonasia; L’UOMO INVISIBILE, letture di giornali e filo diretto con gli ascoltatori a cura dell’indimenticabile Paolo Aquaro del Corriere del Giorno; SPEGNI LA RADIO!, con Dino D’Arcangelo, Angelo Panico e Gerardo, grande metafora dell’omologazione, sarcastica e dissacrante ai limiti del parossismo; IL FESTIVAL DELLA VALLE D’ITRIA, in contemporanea con lo svolgimento del Festival, eventi, notizie, curiosità, interviste ai protagonisti e registrazioni delle opere, a cura di Gerardo, Raffaele, Umberto Blasi, Rino Carrieri, Roberto Aquaro, Dino e Pasquale D’Arcangelo.
E il 28 luglio, proprio a cavallo del Festival della Valle d’Itria, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purchè a diffusione locale. E’ una festa! Non più imbrigliata dalle redini dell’illegalità Radio Farfalla azzarda persino le prime dirette dall’atrio del Palazzo Ducale, trasmettendo la NORMA di Vincenzo Bellini e il TANCREDI di Gioacchino Rossini, con strumenti non certamente di alta tecnologia, ma per quegli anni è una grossa novità e l’emozione è indicibile. Da quel momento si vola alto: personaggi illustri dell’arte e della cultura cominciano a frequentare gli studi della radio e si instaurano collaborazioni di qualità per gli anni che verranno. E’ un’estate di fuoco, un periodo talmente pregno di avvenimenti che Gerardo e Raffaele non hanno neppure il tempo di incontrarsi per fare il punto della situazione: l’uno preso dal coordinare i suoi contatti, dalle sue trasmissioni e dalle registrazioni al Festival con l’indispensabile sostegno di Umberto Blasi; l’altro dal coordinare la sua fetta di collaboratori, dalle sue trasmissioni e dalla necessità di procacciare le prima entrate pubblicitarie. Un po’ di tempo trascorso insieme solo per “Musica e Immagini” e per la realizzazione dei primi spot pubblicitari.
Sotto il profilo politico Radio Farfalla diventa immediatamente un punto di riferimento per tutte le forze progressiste: dai cani sciolti, ai radicali, ai pochi irriducibili figli dei fiori rimasti in circolazione; dal PdUP Manifesto al Partito Comunista, al Partito Socialista e alla sinistra tutta (ricordiamo fra gli altri Antonio Scialpi, Giovanni Semeraro, Marcello Ruggeri, Franco e Lorenzo Micoli, Raffaele Carucci, Franco Ancona, Francesco Semeraro, Giuseppe Fiorino, Linda Ruggeri); dalle frange di sinistra della Democrazia Cristiana ai più moderati (Antonuccio Silvestri, i fratelli Michele e Antonio Ruggieri, Paolo Aquaro ed altri ancora). Ma continua a usufruire incondizionatamente della collaborazione degli esponenti di qualunque schieramento politico, in fin dei conti è un’occasione troppo ghiotta per tutti, ma è piacevolissima anche la situazione di interazione totale in quel clima di confronto e di crescita continua. Prova ne sia che lo stesso Glauco Ferrante, liberale di larghe vedute e fondatore di Tele Martina, manifesterà ben presto una sincera stima nei confronti di Radio Farfalla organizzando alcune trasmissioni in sinergia.
Purtroppo, a metà settembre, un episodio apparentemente inspiegabile e che rimarrà (per sempre?) avvolto dal mistero, interrompe “alla sicurdona” il corso di quel fiume in piena. La mattina, come sempre, tocca a Gerardo e Roberto aprire la radio per partire col notiziario, ma non c’è segnale. Già, anche Raffaele a casa, sempre sintonizzato sui 100.5 Mhz, si è accorto che non c’è il sibilo della portante, ma non ci ha dato peso, ha pensato a un’interruzione di corrente. Ma la luce c’è, lo studio è perfettamente funzionante. “Sarà il cavo che porta su al trasmettitore” dice Gerardo. “Roberto, dammi una mano a spostare il mixer e diamo un’occhiata sotto il banco di regia”. Macchè! Intanto arriva Raffaele allarmato dall’assenza di trasmissioni. “Sarà l’antenna” dice, “andiamo sul terrazzo!” Tutti su passando per lo stanzino dove è alloggiato il trasmettitore, aprono la porta del terrazzo, uno sguardo fugace all’antenna, ma qualcosa non quadra, c’è come un vuoto da qualche parte, si voltano indietro e rimangono allibiti: il trasmettitore non c’è più! Il cavo è reciso di netto, con precisione e pulizia. “Son venuti i ladri” esclama Gerardo. “Macchè, non hanno rubato niente, è tutto in ordine, che senso ha?” ribatte Raffaele, “e poi non c’è segno di scasso, da dove sarebbero entrati?”. Il baffetti intriganti di Roberto si muovono appena, il suo sguardo sempre così forzatamente e ironicamente spalancato sul mondo, segno inconfondibile della sua sagacia ma al tempo stesso del tentativo di mascherarla per finta fingendosi allocco, suggella quell’attimo di sconcerto e stupore e conforta al tempo stesso i due amici che hanno lo sgomento negli occhi. Sembra anche voler dire tante cose inesprimibili pur non sapendo da dove cominciare; quasi pentito di ineffabili elucubrazioni ma nello stesso istante ispiratore di speranza. “Non mollate adesso”, potrebbe dire da un momento all’altro, ma non lo dice. Del resto non ce n’è bisogno. Roberto si sa, è uno positivo, che si accende sempre e scherza con tutto. Raffaele e Gerardo non sono da meno.

“Come ricominciamo?” si domandano i due amici. Il danno è stato grave ma sono in tanti ad amare la radio, ne fanno parte ormai. Un po’ di colletta come al solito, un aiutino dei genitori che però non navigano nell’oro, e l’incoraggiante disponibilità degli amici più grandi coinvolti, fra cui anche politici e professionisti, convincono Raffaele e Gerardo a mettersi in cerca di una nuova sede. Chissà, forse è l’occasione per ripartire più in grande stile.
Cercare del locali idonei per far riemergere quanto prima Radio Farfalla non è affatto semplice per Gerardo e Raffaele, ma grazie anche al supporto di Umberto Blasi, che finora ha dato un valido contributo nella ricerca degli inserzionisti pubblicitari, dopo alcune peripezie pare abbiano individuato un immobile il cui proprietario non storce poi così tanto il naso nell’apprendere che si tratta di una radio. Gli sconvolgimenti del resto sono parecchi quando è necessario allestire degli studi di registrazione e trasmissione, installare un’antenna sul terrazzo e soprattutto ospitare un via vai di gente di ogni tipo. Ma il proprietario sembra intenzionato a stipulare il contratto nonostante tutto, e lo staff, anche se non molto soddisfatto dei requisiti dell’appartamento, si convince a darsi una mossa se non altro per l’urgenza. Sono all’ultimo piano di un antico palazzo del centro storico, rampe di scale piuttosto disagevoli per portar su l’attrezzatura, niente ascensore ovviamente, tre vani sicuramente più piccoli di quelli a cui sono abituati e, nell’ultimo, una porta chiusa di cui non si può avere la chiave, non che due piccole ante murate. Un’inquietante aura di mistero avvolge i nuovi inquilini che, malgrado abbiano l’impressione di sentirsi continuamente spiati, firmano il contratto e cominciano a trasferire un minimo di attrezzatura. Ma già durante la prime sfacchinate, nel salire e scendere le scale, sia Umberto, sia Gerardo, sia Raffaele, pensano che gli altri due sino in vena di scherzi perché si sentono toccare la testa, ma tutti negano. All’unisono, però, si sono accorti che quello è l’appartamento da cui la famosa sposa del racconto di Gerardo e Raffaele si lanciò dopo la prima notte di nozze. Spesso i tre avvertono come un soffio alle loro spalle, quasi sul collo, e pur immaginando che si tratti ancora di uno scherzo degli altri, sono progressivamente pervasi da un senso di agitazione, anche perché quella sensazione l’avvertono anche quando non sono necessariamente tutti e tre insieme. Chissà, forse si sono lasciati suggestionare. Quando poi Gerardo riferisce agli amici le sue perplessità in merito alle due ante murate e alla stanza che non si può aprire, la situazione precipita. Secondo lui dietro le ante ci sarebbe l’abito nuziale della sposa suicida, e dietro la porta chiusa la fatidica stanza della prima notte di nozze. I tre si lasciano prendere la mano dal malcontento, anche perché sotto sotto non hanno ancora mandato giù la pillola di quella scomoda sistemazione, e così, fra una cosa e l’altra, fra insoddisfazione e suggestione, chiedono consiglio a un amico avvocato che la sa lunga e che, incredibile a dirsi, avvia la pratica per l’annullamento del contratto in quanto, secondo un articolo del codice civile, sarebbe possibile recedere dai contratti di locazione qualora si dovesse manifestare qualche presenza fantasmatica nell’immobile di riferimento. Per quanto inverosimile possa apparire, l’avvocato riesce nell’intento e i ragazzi si rimettono in giro per cercare una nuova sistemazione per la radio.

Nel frattempo è nata RADIO MARTINA 2000, grazie all’intraprendenza e alla lungimiranza del dott. Agostino Casavola, esponente dell’ala più conservatrice della Democrazia Cristiana, il quale si è circondato di un gruppetto di giovani attivissimi e motivati fra cui i suoi due figli Stefano e Giuseppe. Trasmette sui 103.200 Mhz in FM e ha sede nel Palazzo Ducale. La copertura di Martina 2000 è sicuramente superiore a quella di Radio Farfalla, del resto dispone di apparecchiature più costose e di locali logisticamente più funzionali, così il suo raggio d’azione si estende oltre Martina, Locorotondo, Cisternino, Noci e Alberobello, raggiungendo Ceglie Messapica, Ostuni, Carovigno, Fasano e parte del litorale adriatico. Per ora a Martina è l’unica radio e gli ascolti sono destinati a crescere nel giro di poche settimane.

L’autunno vede RADIO FARFALLA nuovamente in azione. Raffaele e Gerardo tirano un sospiro di sollievo ma sono felici anche perché la nuova sede è proprio di fronte al CATI, un isolato più avanti, e cominciano già a immaginare una serie di dirette. Nella peggiore delle ipotesi potrebbe bastare un lungo cavo esterno che colleghi gli studi con lo scantinato. Troppo bello! Il teatro in diretta con insolita facilità!
I nuovi studi sono al quarto piano di via Lelio Fanelli 75, ovviamente con ascensore perché trattasi di un condominio, cosa che per certi versi si rivelerà un tantino controproducente per via del continuo andirivieni dei collaboratori, ma lo staff saprà farsi voler bene molto presto anche dai più irriducibili condomini. Un appartamento molto funzionale in cui il vano cucina è dedicato all’accoglienza, una stanza soggiorno per le riunioni e la permanenza (spesso anche il pernottamento visti gli orari incalzanti), due studi di registrazione e una studio di regia e trasmissione davvero luminoso. Rapidissimi nell’installare la nuova antenna sul terrazzo collegata a un nuovo e più potente trasmettitore. La valle d’Itria è coperta completamente, il litorale anche, molti comuni internati nella Murgia pure. Sull’altro versante però c’è l’Orimini e servire Taranto è un po’ difficoltoso, ma si vedrà. Grazie all’operosità di tutti i collaboratori, nessuno escluso, in brevissimo tempo si finisce di allestire gli studi e si riparte più forti di prima. Lo staff arricchito di nuove presenze, dai più giovani, alcuni davvero tanto, ai più anziani, da nuove figure professionali a nuovi esponenti delle associazioni, dei gruppi culturali e dei partiti, e di conseguenza una programmazione ancora più intrigante e diversificata. Alcuni titoli e alcuni nomi la dicono nuovamente lunga su quello che sarà un percorso di crescita destinato a non fermarsi. TRIBUNA STAMPA con Piero Russano; RADIO FILO, filo diretto con gli ascoltatori su temi scottanti di attualità a cura di Maria Miali e Grazia Agrusta, sorella di Raffaele; LA RADIO A COLORI, col mitico deejay Aldo Ancona, che anticipa di almeno vent’anni un programma con lo stesso titolo condotto da Oliviero Beha su Rai Radio Uno; e ancora con Aldo Ancona si azzarda qualche BIBLUAR CLUB DIRETTA LIVE, funky, soul e rhythm and blues in ponte radio con le notti della mitica discoteca; IL CRUCIVERBA, a cura di Maria Miali, Enrico Ancona ed Elvino Miali, in cui gli ascoltatori risolvono le parole crociate in diretta; MUSICA E IMMAGINI NUOVA EDIZIONE, con Gerardo e Raffale che ripropongono suggestive e trasgressive atmosfere con le loro letture e gli interrogativi che fanno riflettere, dal teatro, alla narrativa, alle fiabe, alle improvvisazioni; UNA CHITARRA, UN POETA, UNA CHITARRA, UNA PROTESTA, west coast, country, rock e cantautorato con Santino Mandolla e Claudio Cavaliere.

Santino Mandolla e ‘Radio Farfalla’….ovvero quando la musica ti usciva dalle orecchie
ed…entrava nel cuore…………..
Mi hanno chiesto un ricordo. Gia’ un ricordo…..
Ma di ricordi ne ho tanti. Soprattutto legati a quel periodo (piu’ spensierato? piu’ sbarazzino?
piu’ ingenuo?). Non so…… Di certo è che lo ricordo con nostalgia, a volte con rimpianto,
non tanto perche’ erano tempi in cui i capelli erano tanti (e lunghi), ma perche’ quegli
anni sono stati importanti per tutti, penso. Non solo per noi che ne eravamo parte integrante
ma perche’ hanno rappresentato anche un punto di riferimento per le generazioni che
sono seguite. Nel bene e nel male!
E la nascita delle cosiddette ‘Radio Libere’ non era legata solo ad un fenomeno, per così
dire, unico ed esclusivo. Non nasceva solo per l’intraprendenza di qualche pazzo come
Raffaele (e Gerardo) che hanno avuto il coraggio e l’audacia di ‘aprire una Radio’ – come
si diceva allora – ma di calarla nella nostra realta’, come un megafono aperto a dare voce
al suolo e sottosuolo culturale in grande fermento allora.
Un fenomeno che nasceva e cresceva nella societa’ civile, quella vera, attiva, presente,
partecipativa, dialogante, aperta, che ha avuto non tanto la presunzione, ma la capacita’ di
interpretare un cambiamento che si avvertiva sulla pelle, nei luoghi di incontro e confronto
che si moltiplicavano nella nostra citta’ in tanti modi : penso alle prime messe beat che mi
sono occupato -direi preoccupato – di organizzare, ma anche ai primi concerti completamente
autogestiti, ai cineforum, discoforum e a mille altre iniziative che non potevano che
far bene al nostro provincialismo allora oscurantista e bigotto e che finalmente apriva le
porte a discussioni, dibattiti, conferenze e….anche ai primi programmi radiofonici che toccavano
temi legati al territorio, alle problematiche cittadine, ai temi della cultura, della politica,
del tempo libero, del volontariato, del rapporto genitori-figli, del lavoro, della
scuola…………e potrei stare sino a domani.
‘Una chitarra un poeta, una chitarra una protesta’ è stato un programma che ho condotto
insieme a Claudio (Cavaliere) per tre anni. Ricordo che andava in onda alle 14,30 del primo
pomeriggio e durava un’ora….salvo complicazioni !!!!!! Il programma era naturalmente
musicale ma, attraverso le canzoni (stiamo parlando degli anni ’70, of course) si coglievano
occasioni per parlare di temi e argomenti allora molto scottanti e attuali. La sensazione
bella – e nuova – era che si avvertiva un senso di Liberta’ (oggi me ne rendo conto) di poter
esprimere pareri ed opinioni piu’ o meno condivisibili, a volte provocatori, ma comunque
tangibili, nuovi, ‘esplorativi’ di una societa’ che stava cambiando…. o che sarebbe voluta
cambiare (The times they’re a changing cantava Dylan!!!).
Lo avvertivamo tutti, anche ‘gli altri’ che quantomeno, seppure per semplice curiosita’ si
avvicinavano ai gruppi, alle associazioni, alle ‘congreghe’ perche’ ci si sentiva piu’ vivi,
partecipi, protagonisti (?)…E’ una sensazione che non ho provato mai piu’. Mai.
Il programma veniva ascoltato da molta gente. Qualcuno ci chiamava e parlavamo in diretta.
Qualcuno approvava, qualcun altro ci mandava ‘a cagare’, taluni o ci contraddicevano
(era dura parlare nuovi linguaggi e nuove (?) teorie, o di argomenti mai trattati diffusamente),
ma in modo sempre molto garbato e rispettoso, considerando – lo devo ammettere ma
non me ne pento assolutamente – che io e Claudio eravamo abbastanza audaci, ma molto
sinceri e informati.
Le canzoni che hanno rappresentato, in seguito, la storia della musica ‘impegnata e non’
erano li’, a portata di vinile, pronte a parlare nuovi linguaggi, ad usare nuove espressioni,
ad affrontare tematiche ‘comuni’ o solitarie, a guardare il mondo con nuove prospettive e,
comunque, a parlare di noi e del nostro modo di vedere il mondo, la vita, le emozioni.
Gandhi si mischiava a Rocchi, Martin Luther King a Guthrie, De Andre’ a Ginsberg, Kerouac
alla Morante, Brecht a Fellini, i Genesis a Jesus Christ Superstar.
Un mondo, insomma, in fermento, nuovo, anticonvenzionale e anticonformista, con idee
innovative e …aria nuova, fresca, curiosa e intrigante, ma soprattutto piena di associazionismo,
di vita insieme dove le culture cominciavano a confrontarsi e a scambiarsi, a scontrarsi
ma a riconoscersi anche nelle affinita’, e dove l’incontro era occasione di dividere e
condividere, dibattere e sperimentare, ascoltare e parlare…..insomma incontrarsi!!!!!!!!!!!
Qualcuno ci chiamava al telefono, dicevo, ma ricordo, in particolare, che qualcuno, del
comprensorio e anche oltre’, ci scriveva addirittura delle lettere, che puntualmente leggevamo.
Alcune di esse erano semplicemente…fantastiche. Perche’ la gente, a volte anonima,
parlava di se’ e si sentiva meno sola, poteva parlare di un ’suo’ un problema che, come
d’incanto, diventava ‘Comune a tutti’. Spesso ricevevamo suggerimenti, in diretta naturalmente,
da altra gente che chiamava e magari iniziava un confronto. Poi riscriveva, ringraziava,
si chiedeva l’indirizzo del tale o il numero di telefono (allora la privacy non c’era
e, soprattutto non serviva). Tutto era…..fantastico. Funzionava. Davvero.
Ok. Un giorno d’estate abbiamo ricevuto una lettera da un detenuto del carcere di Brindisi.
Ci ringraziava per il programma, si complimentava con noi, ci elogiava per le canzoni che
‘mettevamo su’. Era depresso. Soffriva di molta solitudine. Stava male. Ci parlava di lui e
delle sue sofferenze, delle sue angosce e della sua voglia di Liberta’.
Se questo e’ un aneddoto non mi fa ridere, ma se lo ricordo dopo quaranta anni, vuol dire
che una ragione ci sara’ pure. No? infatti…….Ci disse che la sua ora di liberta’ nel cortile
corrispondeva all’ora della nostra trasmissione e che, per questo, da mesi aveva rinunciato
alla sua ‘ora di liberta’’ che non serviva a nulla se non per vedere altri delinquenti!!!!
Divento’ un nostro fan patito e ci scriveva una lettera al giorno parlandoci dei suoi giorni in
prigione e delle sue opinioni sul mondo e la musica….era una persona speciale……
Forse e’ per questo (o forse e’ solo inconscio, ma chissa’!) che per i concerti che faro’
quest’anno la canzone di apertura si chiama ‘La mia ora di Liberta’ di Fabrizio De Andre’.
Non so, e forse non sapro’ mai se quel detenuto adesso e’ finalmente libero, e’ vivo, e
chissa’ semmai si doovesse ricordare di quel periodo e di noi.
La cosa certa e’ che io mi ricordo ancora di lui…………..” TESTIMONIANZA DI SANTINO MANDOLLA”

COLOSSAL, condotto da Raffaele che ripropone il personaggio di Franceschiello, nato già nella prima edizione di RADIO FARFALLA, con l’inconfondibile vocina. Con Raffaele Agrusta c’è il grande Aldino Ancona, già affermato d.j. del BIBLUAR. FALENA, LA FARFALLA DELLA NOTTE, condotto da Tommaso Dilonardo con le letture di Maria Miali; DEEP SOUND, musica d’importazione, novità assoluta in quegli anni, con la voce carismatica di Aldo Gentile; DISSERTAZIONI COL PROF. ANTONI’, l’insuperabile fantasista di San Paolo, condotto da Gerardo a volte con Umberto a volte con Agostino Convertino; LA GIRANDOLA DEI BAMBINI, con le gemelle Monica e Daniela Nasti, le gemelle Ornella e Marisa Chiarelli, Rossella Cataldi ed altre meravigliose presenze di giovanissimi; MUSICA E CHIACCHIERE, satira locale demenziale con Donato Marinosci che impersona l’eterno ubriaco; PAPA GEORGE, completamente in americano, con la musica proposta dal fantomatico deejay di colore Papa George, facilmente identificabile per la voce simile a quella di Barry White; GRUPPO ESODO, con l’intramontabile Don Dino Lepraro, la fedele Letizia Mongelli e tutti i giovani della Comunità Giovanni XXIII; ERRE EFFE BY NIGHT, con Gerardo, Umberto, e altri conduttori notturni di passaggio, filo diretto col popolo della notte inframmezzato dagli improbabili spogliarelli in diretta radiofonica dell’inafferrabile Mariella. Ma questi sono solo alcuni dei titoli visto che innumerevoli personaggi di ogni tipo si avvicendano nella nuova programmazione, ed è davvero impossibile ricordarli tutti se non col contributo di chi c’è stato. Fra gli altri Antonio Rubino, Pasquale Nessa, Lucio Montanaro, Martino Meuli, i deejay Piero Di Marco e Maurizio Rizzi, Oscar Moccia, Carmen Carta Fasano, Anna Maria Semeraro, Michele Conserva, Pina Ricci, Santino Ruggieri, Amalia Liuzzi, Vittorio Lacarbonara, Orazio Lacarbonara, Luigi Caliandro, Gianni Lenti, Angelo Lacarbonara, Mino Napolitano, Lina, Franco e Giovanni Marangi di Marangi Musica, Franca Aquaro pittrice, Piero Marinò, Rosa Curigliano, Linda Moccia, Cinzia Greco, Vito Fumarola, Paola Magistri, Patrizia Moccia, Gianni Masciulli. Il merito, in realtà, è anche di un programma che presto incarnerà l’innovazione radiofonica del periodo, SPAZIO AUTOGESTITO, un’accattivante opportunità per far sentire la propria voce offerta gratuitamente ai gruppi giovanili, alle associazioni e agli schieramenti politici del tempo con la partecipazione di nuove e vecchie presenze. In un clima del genere è naturale che ognuno si sforzi di dare il massimo e che gli ascolti della radio salgano in maniera esponenziale.
Ma c’è una trasmissione in particolare che coinvolge davvero tutti, all’interno e all’esterno degli studi, e che per certi versi è l’antesignana assoluta, sia pur radiofonicamente, di “Quelli che il calcio”, condotto moltissimi anni dopo da Simona Ventura su RAI DUE. Stiamo parlando di ERRE EFFE DOMENICA POMERIGGIO, un immenso contenitore che, col pretesto di seguire la serie e il girone della squadra di calcio del Martina e tutti gli avvenimenti calcistici della domenica, si occupa non solo di sport, ma anche di attualità, arte, cultura, politica, musica, satira politica, comicità esilarante ed interviste, inglobando pure alcuni dei programmi del palinsesto settimanale e invitando le più disparate tipologie di ospiti. Alcune domeniche si raggiungono le quindici presenze in studio e le cinquanta presenze in sede compresi amici e parenti. Non ci sono cellulari ancora, ma grazie alla gentilezza degli inquilini, la radio dispone di ben tre linee telefoniche. Quella autonoma per le comunicazioni di servizio e le telefonate di emergenza; un cavo che collega il mixer al telefono di Alfonso Gattuso, che abita al piano di sotto, consente di ricevere la radiocronaca degli inviati dai campi sportivi, quasi sempre Tonio Messia, Pasquale D’Arcangelo, Angelo Bello, Tonino Fumarola e molti altri; un altro cavo che porta al telefono della signora del piano di sopra consente di ricevere le telefonate degli ascoltatori che intervengono ininterrottamente fino a sera. In studio costantemente Raffaele e Gerardo col regista di turno (e con la loro rubrica ‘Musica e Immagini’); i giornalisti Roberto e Paolo Aquaro; Donato Marinosci con ‘Musica e Chiacchiere’; quando non fa l’inviato, il giornalista Pasquale D’Arcangelo del Corriere del Giorno; almeno tre ‘ospiti illustri’; Aldo Ancona, che oltre a fare il deejay funge spesso da moderatore; un altro deejay a turno con tutti quelli della radio; almeno due presenze femminili a turno fra tutte le collaboratrici; Agostino Convertino, a volte opinionista, a volte moderatore; i conduttori dei programmi del palinsesto inseriti nella trasmissione; in ultimo, ma non da meno, ‘il ragazzo del bar’, presenza fissa ma mai uguale a se stessa.

in memoria di Aldino Ancona. Documento fornito dalla giornalista Luciana Convertini della testata Video Emme Italia

Gli spot pubblicitari ormai sono incalzanti, anche se brevi ed efficaci, e non solo nel contenitore domenicale; per fortuna il lavoro capillare di Umberto e Gerardo nel cercare sponsor e inserzionisti ha sortito gli effetti desiderati, ma il merito è anche della programmazione intrigante e diversificata. Per Raffaele e Gerardo ormai, la realizzazione degli spot è diventato un nuovo lavoro in cui canalizzare anche le loro competenze artistiche e la loro creatività. Fa sorridere, certo, ma per tutta la settimana, entrando nei pubblici esercizi, si sente sempre qualcuno che canticchia il motivetto o ripete lo slogan dei passaggi pubblicitari di Radio Farfalla, un po’ come nel Carosello televisivo o negli spot della Rai. Che dire? Da ragazzi leggevano “I persuasori occulti” di Vance Packard, all’università studiano il potere dei media e i loro modelli mistificanti, e adesso si ritrovano essi stessi ad essere ‘persuasori’? Chissà, la necessità aguzza l’ingegno, come può indurre in errore o in contraddizione. Ma staremo a vedere, l’importante è comunque rimanere coerenti, che è ben diverso dal non contraddirsi!

MARIA MIALI (testimonianza)Avevo 19 anni quando per la prima volta entrai in Radio Farfalla, nella sede di Via Lelio Fanelli. Fu un’emozione fortissima, perché già l’ascoltavo: fu così che si consumò un tradimento storico perché si passò da Supersonic-Dischi a Mach2, una trasmissione radiofonica Rai di enorme successo, a Radio Farfalla. In men che non si dica la radio di casa fu sintonizzata perennemente sui 100.5 MHz, e d’altronde fu proprio l’affermazione delle radio libere a determinare la chiusura di Supersonic che terminò la programmazione proprio nel 1977.

Entrare lì fu come entrare in un tempio, non mi sembrava vero. Il primo approccio che ebbi col microfono fu durante una trasmissione che si teneva in fascia notturna. Un amico mi invitò negli studi ad assistere alla sua trasmissione.

In quel periodo scrivevo poesie, se si possono chiamare poesie i componimenti di un’adolescente, in cui l’alternanza quasi psicotica fra tristezza e gioia era una costante, con tristezza che batte gioia 10 a 3, essendo la gioia solo una comparsa, un pretesto, per cercare di dare equilibrio a tutti gli sconvolgimenti dell’anima e del corpo tipici di quell’età, ma realmente invasivi. E così mi fu chiesto di leggere le mie “poesie” durante quella fascia notturna.

Mi viene da sorridere ora che ci penso: non ci poteva essere ora migliore di quella! Perciò sono in pace con la mia coscienza pensando che, per fortuna, solo pochi ascoltatori sfigati hanno dovuto mortificarsi ascoltando quei versi in libertà che raccontavano di incontri, di amori, di mancanze, di lontananze, di attese, di buio perenne. Che poi, dopo anni, ho pure ritrovato il quadernetto segreto e l’ho pure riletto: sono arrossita a me stessa e ci è voluta quasi una stecca intera di cioccolato per riprendermi.

“Bella voce” fu il primo commento, “bella modulazione” fu il secondo, quindi almeno l’impatto con il microfono fu salvo! Ero emozionatissima e felice. Quindi dopo qualche tempo mi fu affidata la fascia dalle 12 alle 13, per condurre un programma di musica, e così via con tante altre cose.

Quelli di Radio Farfalla furono anni bellissimi, c’era fermento, voglia di fare tantissime cose, conobbi tante persone con cui si instaurarono dei veri rapporti di amicizia, talvolta di amore, anche. Rapporti che sono rimasti nel tempo, che tuttora considero pilastri nella formazione e nella vita di alcuni di noi. Un periodo molto creativo e anche di puro divertimento. La cosa bella è che passavamo tante ore lì, certe volte senza nemmeno mangiare, c’erano dei programmi che andavano in onda nelle ore di punta, alle 13 o anche la sera, con telefonate in diretta e con le immancabili richieste di brani musicali con dedica. Scalette che non finivano mai! Si stava bene insieme perché ci si divertiva di gusto.

Ricordo una trasmissione che si teneva la mattina verso le 10 circa, Filo Diretto, si sceglieva un argomento e si discuteva con i radioascoltatori, sempre numerosissimi, che dicevano la loro e naturalmente non mancavano scenette esilaranti , solo la prontezza del fonico sul cursore dei microfoni riusciva ad evitare alcune nostre defaillances.

Ma l’aspetto incredibile era proprio questa partecipazione popolare, la gente seguiva la radio e partecipava con vera dedizione. Durante le trasmissioni c’era sempre un continuo via vai di gente che si affacciava negli studi, ci portavano qualunque cosa, lasagne, focacce, torte, tutto fatto in casa, alcune deliziose, altre decisamente meno. La cosa più imbarazzante in assoluto era quando ci chiedevano di consumare quelle “leccornie” subito: una tragedia! Tutte le scuse erano buone, e allora giù con le intolleranze alimentari, gli imbarazzi intestinali, la mano destra scivolava immancabilmente in corrispondenza dell’addome. Chi poteva, andava a nascondersi in bagno. Ah, il bagno! E chiamiamolo bagno: era pieno di qualunque tipo di strumentazione, una concentrazione di onde elettromagnetiche da fare paura! Non so se fosse più dannoso stare là o mangiare lasagne che galleggiavano letteralmente nell’olio.

C’era tutto nella programmazione di Radio Farfalla, l’informazione, le dirette, i dibattiti, tutti i generi musicali, l’arte, molti dei giovani intellettuali della nostra città sono passati da Radio Farfalla, alcuni di noi si sono formati, hanno seguito le loro aspirazioni riuscendo a compiere dei percorsi, talvolta anche con enormi sacrifici, ma, si sa, la gioia e la forza hanno la meglio quando si vogliono raggiungere dei traguardi, negli studi, nel lavoro, insomma in tutti i campi di vita. Per me quel periodo è stato uno dei più belli, lo dico col cuore, nonostante fossero anni difficili, anni di cambiamenti importanti, nella scuola, nella società, gli anni dei referendum sul divorzio e sull’aborto, gli anni di Federico Fellini e di Pierpaolo Pasolini. Quello era il terreno in cui ci si muoveva, c’era lo scontro politico, la brutta pagina del terrorismo, ma la creatività e la conquista di diritti civili, in cui anche qualcuno di noi si sentì impegnato, ebbero un forte impulso in quegli anni.

Oggi sento ancora di dire grazie a tutti quegli amici, soprattutto a Gerardo e Raffaele, all’epoca studenti del DAMS a Bologna, furono loro a creare quellidea fortemente innovativa e vollero realizzarla a Martina, nella loro terra, invertendo la tendenza di quegli anni, quando altri, per vari motivi, decisero invece di non tornarci.

Forse allora non c’era la consapevolezza dell’importanza di quella scelta, ora io considero tutto ciò un dono, fatto alla città di Martina, che ha contribuito a formare una generazione, offrendo un’opportunità, una possibilità di cambiamento, che ognuno ha potuto prendere o lasciare, nel bene e nel male. Il capitolo è ancora aperto. MARIA MIALI (testimonianza)

Sta di fatto che il grande giornalista e conduttore di RAI UNO Piero Badaloni contatta, in questo periodo, Gerardo e Raffaele perché c’è un’inchiesta televisiva della Rai sulle emittenti radiofoniche e Radio Farfalla deve essere assolutamente in prima linea perché, non solo ha anticipato i tempi, ma soprattutto è stata fondata da due individui giovanissimi. E’ una festa! I complimenti e gli incoraggiamenti di Badaloni tolgono ogni dubbio sulla direzione intrapresa e la puntata televisiva di Rai Uno, in cui Radio Farfalla è protagonista, suggella il momento di grande fatica ed eccitazione di tutto lo staff.